Max Manfredi: “Ecco il mio Faustus”. Al Teatro Garage il 3 e 4 febbraio

16403055_10209815672282324_1556084929498218196_odi Andrea Podestà

Dopo una gestazione quasi trentennale, prende corpo l’ambizioso progetto teatrale di Max Manfredi, Faustus, che sarà messo in scena venerdì 3 e sabato 4 febbraio presso il Teatro Garage.

Max, finalmente ci siamo, il tuo Faustus è pronto. È stato un lavoro, il tuo, sotterraneo per certi aspetti…

Sì, carsico.  Faustus condensa, e finalmente realizza, un lavorìo almeno trentennale di ricerca e di scrittura, del tutto solitario, finora, e quasi segreto.

Ci dici cosa dobbiamo aspettarci?

Il tema di Faustus viene ridotto al minimo, cioè alla lettura scenica del testo marlowiano, purgato degli intermezzi spuri e comici, anzi, reso ludico di per sé proprio nella parti più tragiche, ridotto a un dialogo fra l’uomo – che non voleva essere un uomo – e il dèmone – che non vorrebbe essere un dèmone. Un testo che in certo modo ricorda il teatro dell’assurdo, ma soprattutto non fa che sottolineare e ribadire l’assurdo del teatro, e la sua necessità intransitiva e musicale (“non fui io a … fare musica col mio Mefistofele?”).
Una frase detta all’inizio, presa da un importante filosofo tedesco, dice: “la conoscenza intorno al male non ha oggetto”. Il teatro è proprio questo male senza oggetto. Si fa teatro per riabilitare i carcerati, a mio avviso il teatro li pone di fronte all’essenza del male, quella in cui sono incappati, ma senza nessuna giustificazione esterna (passioni, soldi) .
Così si può consigliare di fare teatro soltanto agli incapaci. Per chi ha teatro nel suo gene, è come consigliare di contrarre una malattia.

Quando si pensa a Faust si pensa a Goethe, invece il mito è decisamente più antico.

Qui bisogna andare indietro di almeno due o tre  secoli. Il mio è un Faust che risale alle origini dei testi tedeschi, si intrattiene con Marlowe in modo conviviale  e plana come un albatro sulla letteratura dei secoli appena passati. Un Faust moderno, non moderno, postmoderno, inattuale. Io ho integrato (ed anche disintegrato) i testi di Marlowe e dell’edizione tedesca di Spies (uno dei primi libri stampati in Europa) con una partitura elastica fatta di suoni, di musiche rigorosamente non originali (dalla tradizione rinascimentale da: Bach e Fauré, a Roberta Flack e Silvia Salemi), di versi poetici, di calembour teatrali, di luci povere-ma-belle. In questa scena d’ingombri spaziali e musicali si muovono coraggiosamente gli attori (me compreso) cercando di non far troppi danni, o, al contrario, di far quello che devono, danni compresi.

Chi sono i protagonisti che vedremo in scena?

Faustus, Mefistofele, Elena, Old Man – il vecchio di buona volontà che cerca di convertire Faustus (come si converte un linguaggio in un altro), più un Wagner (il nome dell’allievo di Faustus in Marlowe) moltiplicato almeno per quattro, a “far funzione” di scolari, dèmoni, paradiso e tutto quel che ci vuole e ci manca: ecco i caratteri, ecco le figure della scena.

16266083_10209832132973831_1371363350518196159_nQuali attori hai “ingaggiato” per questa avventura?

Qui va in scena con una compagnia più picaresca che amatoriale, che vede la presenza di un altro autore cantante come Mirco Menna, dell’attrice Lucia Vita, del compositore Claudio Lugo, dell’attore, autore e traduttore Massimo Sannelli, e di altri compagni di cordata e amici nella vita. Non parlerei di ingaggi. L’impresa è totalmente a spese nostre, e per adesso non ci sonp guadagni. A maggior ragione raccomando a tutti i curiosi di venire al Teatro Garage il 3 e il 4 di febbraio.

Tu sei notoriamente conosciuto come cantautore, ma hai anche pubblicato di recente una raccolta di poesie (Amorazzi per Zona) e una sorta di romanzo (Trita provincia, che riuscirà a breve anche come audiolibro). Presumo ci sia da aspettarci tanta poesia anche nella tua pièce.

Tantissima poesia. Il teatro è poesia. Poesia interdetta, scivolata, caduta come gli angeli e gli albatri di romantica memoria. Per citare le parole di un altro cantautore e autore, Ivano Fossati, “fare tutto è un’esigenza”. Ecco quindi la poesia entrare nel vivo della pratica teatrale. Poesia e magia: si cristallizza nel singolo oggetto, giusto o sbagliato, e si cristallizza nella luce, nel tono di voce – giusto o sbagliato – nella parola che non si sente perché pronunciata piano, nell’irrompere di musiche e suoni, nei piccoli errori e nei grandi intendimenti che lardellano la scena. La poesia castiga il teatro e si fa castigare da esso. Nessuno rinuncia a pretese o diritti. Questo Faustus è saturo di poesia crepuscolare e decadente, implicita e implicita, e pieno di gag da avanspettacolo molto molto ben nascoste. Infatti l’ho anche definito “un avanspettacolo senza spettacolo”. È una pièce dove il sublime e il trash convivono, si danno fastidio a vicenda, si scambiano le maschere, si prendono in giro. Un work in progress, sicuramente, con la maledizione/vantaggio di essere un’eterna anteprima, sempre in fieri, sempre in fiera, a cominciare da questi fatidici giorni di febbraio!

2310 Visite totali 3 Visite di oggi
© Riproduzione riservata