Multisala Raimondo “poltrona 5”

Cari lettori de ilpubblicista.it benvenuti nella nuova rubrica per cinefili e non…
Multisala “Raimondo” Poltrona 5

Mi chiamo Raimondo Alecci e da qualche anno scrivo per ilpubblicista.it
Appartengo a due mondi, uno vero, fatto di persone care e in carne e ossa, e uno nel quale mi immergo quotidianamente, il cinema. Un mondo di finzione, che a volte però sfiora la realtà, un mondo che mi permette di staccarmi dalla daily routine diventando parte anche io della pellicola che sto osservando. Multisala “Raimondo” Poltrona 5, è un viaggio che non ha una meta fissa. E’ un diario di bordo, dove ho voglia di raccontarvi le mie considerazioni su film da me visti, amati e a volte odiati. E’ un lungo viaggio, che voglio però affrontare insieme a voi…

Il primo film scelto per iniziare il viaggio è Philomena di Stephen Frears datato 2013 con Judi Dench un’attrice teatrale inglese che dopo aver interpretato vari film ed essere stata l’agente “M” in ben tre film della serie 007, si è trovata catapultata a Hollywood con un Oscar in mano, per aver indossato i panni della Regina Elisabetta.
Il film, presentato in anteprima il 31 agosto 2013 all’interno del concorso ufficiale della 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto diversi riconoscimenti, si basa sul romanzo di Martin Sixsmith intitolato The Lost Child of Philomena Lee.
La protagonista è una donna irlandese, che viene costretta ad abbandonare suo figlio dopo averlo partorito in un convento. Cinquant’anni dopo, la donna, assieme al giornalista Martin Sixsmith interpretato da Steve Coogan, si mette alla ricerca del figlio, nel frattempo affidato a una famiglia americana.
Ciò che da subito attira l’attenzione del pubblico è il fatto che la storia narrata sia realmente accaduta. Il giornalista Martin Sixsmith ha infatti perso il suo lavoro come consulente governativo del partito Laburista di Tony Blair e vorrebbe iniziare a scrivere un libro sulla storia della Russia. Contemporaneamente, Philomena Lee confida a sua figlia che da giovanissima, in Irlanda, 50 anni prima, aveva concepito un bambino, poi partorito nel convento al quale era stata data in affidamento. Là si era trovata costretta ad uno stato di segregazione e prigionia che l’aveva infine portata alla privazione del figlio, dato in adozione.
Il successivo incontro casuale tra Martin e la figlia di Philomena, si presenta come l’occasione per aiutare la protagonista nel suo tentativo di ricongiungimento con il figlio. Di formazione di tipo politico, all’inizio il giornalista non sembra interessato a questo tipo di storie, ma ha bisogno di un lavoro e il suo nuovo capo pare credere in un successo editoriale. Incontra quindi Philomena e comincia insieme a lei ad investigare su chi sia diventato suo figlio e dove si trovi in questo momento. Emergono particolari sconcertanti sul tipo di vita cui erano costrette le giovani madri dalle suore del convento di Roscrea. Philomena partorì con parto podalico e senza antidolorifici suo figlio Anthony nel 1952, e fu costretta a firmare un documento per concedere in adozione il figlio. Martin e Philomena cominciano le loro ricerche partendo dal convento. Le suore appaiono gentili ed ospitali, ma sostengono, loro malgrado, di non avere informazioni utili. Sarà vero?

Dopo varie indagini alternate a momenti di leggero imbarazzo e profonda tristezza, il giornalista scopre che il figlio di Philomena chiamato da lei Anthony ma divenuto poi in adozione Michael è morto. Con molta tristezza informa Philomena delle sue scoperte, e insieme cominciano a cercare persone che lo hanno conosciuto. Da vecchie fotografie, Martin si rende conto di aver incontrato Anthony/Michael alla Casa Bianca quando lavorava per la BBC. Incontrano Mary, la sorella adottiva di Michael, che racconta del fratello e fornisce loro il nome del fidanzato. Già perché il ragazzo era dichiaratamente gay.
Dopo essersi più volte sottratto ai tentativi di Martin di contattarlo, l’ex compagno, un affascinante uomo gay che soffre ancora per la perdita del compagno nonostante si sia già consolato con un toy-boy che lo accompagna a casa in una decappottabile rossa fiammante, acconsente all’incontro. Fa sapere ai due che Michael ha sempre pensato al suo passato e a sua madre, tanto da andare in visita al convento in Irlanda per scoprire qualcosa su di lei, ma le suore gli dissero di aver perso ogni contatto con la donna.
La storia finisce dove comincia: al convento. Lì Martin si confronta con una delle suore rimaste in vita da allora, che non si pente e dice che la perdita del figlio è stata la pena adeguata data a Philomena dal Signore per il peccato di fornicazione. Martin la critica aspramente; Philomena comunque la perdona. La donna trova la tomba del figlio, legge l’iscrizione riportata sulla lapide ed acconsente alla pubblicazione della storia ricostruita.
Tutto è bene quel che finisce bene direte voi. Beh dipende se per lieto fine ci basta una mamma che dopo anni ritrova un figlio seppellito che non ha mai potuto riabbracciare.
Philomena è senza dubbio una donna magnifica, priva di autocommiserazione, che continua ad avere fede nonostante le ingiustizie subite. E va forse cercato qui il senso profondo di un film che sa commuovere, far pensare e anche divertire. Frears ci fa notare come nonostante tutto Philomena non abbia mai perso la fede. Il regista costruisce il suo film basandolo sul confronto tra due persone che partono da punti di vista in materia estremamente distanti. Martin giornalista e studioso della storia della Russia che non crede in Dio e Philomena, una donna forse poco colta (che è convinta che Martin abbia studiato ad Oxbridge) e che per mille motivi sarebbe potuta essere una delle atee più rigorose al mondo ma non è così.
Durante il film i protagonisti pare non si capiscono, ma alla fine imparano qualcosa di fondamentale l’uno dall’altra. Frears ci immerge in un trionfo di sentimenti universali proiettati contro un doppio sfondo storico, quello dell’Irlanda povera dei primi anni 50, dove con 1000 sterline ci si poteva comprare un bambino, e l’Inghilterra incattivita del 2003, segnata dall’appoggio di Blair alla guerra in Iraq.
Con un ottimo incasso forse non previsto, Philomena ha ricevuto un’accoglienza molto positiva da parte della critica dopo l’uscita.
La mia scelta di iniziare questa rassegna cinematografica proprio da questo film, ricade sul fatto ovvio che Philomena offre una profonda storia drammatica per cinefili di tutte le età. Non nego che forse il prossimo passo sarà quello di leggere il libro per capire quanto Frears sia stato fedele alla storia.

Raimondo Alecci

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