A quattro anni dalla sua pubblicazione, Il desiderio di cadere di Max Deste continua a trovare nuovi lettori e a tornare sugli scaffali delle librerie. Non è difficile comprenderne la ragione: primo capitolo della trilogia Il diario come rimedio al disagio, è probabilmente il romanzo più immediato e spassoso del ciclo, eppure contiene già, quasi in forma embrionale, molti dei temi che troveranno pieno sviluppo nei libri successivi.
A cominciare dalla vertigine.
Il protagonista ne soffre e vorrebbe liberarsene. Ma invece di aggirare la propria paura sceglie la soluzione più assurda e radicale: affrontarla attraverso un’esperienza estrema di canyoning. Gettarsi là dove il corpo e la mente gli suggerirebbero disperatamente di non andare.
Da qui nasce uno dei meccanismi più riusciti del romanzo. Deste costruisce infatti una storia capace di essere genuinamente comica mentre, quasi senza che il lettore se ne accorga, prepara il terreno alla tragedia.
Si ride molto. Delle nevrosi del protagonista, delle sue reazioni, delle relazioni, delle situazioni paradossali nelle quali finisce per trovarsi. C’è qualcosa di irresistibilmente umano nella sproporzione tra le sue paure e il modo in cui tenta di combatterle.
Poi arriva la cascata.
E la vertigine, fino a quel momento temuta e quasi esorcizzata attraverso l’umorismo, diventa improvvisamente reale. Il protagonista precipita. Il gioco finisce. Il corpo si spezza e il romanzo cambia progressivamente temperatura.
È qui che il titolo rivela tutta la propria ambiguità: che cosa significa desiderare di cadere?
Cadere può significare perdere il controllo, fallire, arrendersi. Ma può significare anche smettere finalmente di opporre resistenza. Accettare che esistano momenti nei quali non possiamo più sostenerci da soli.
Dopo la caduta comincia infatti un secondo viaggio, forse ancora più difficile del primo: la riabilitazione.
Il corpo deve essere ricostruito, ma presto diventa evidente che non è sufficiente rimettere insieme ciò che si è fisicamente spezzato. Il protagonista deve confrontarsi anche con qualcosa che nessuna fisioterapia può curare.
Ed è a questo punto che entra in scena uno degli elementi più singolari del romanzo: l’incontro con un guaritore e il patto psicomagico, che richiama esplicitamente l’universo di Alejandro Jodorowsky.
La proposta è apparentemente semplice: scrivere.
Tenere un diario.
Mettere sulla pagina ciò che fa male, ciò che spaventa, ciò che non si comprende. Trasformare l’esperienza in racconto.
Non importa nemmeno stabilire fino a che punto quel rito possieda realmente un potere terapeutico. È proprio questa ambiguità a renderlo interessante. Il gesto psicomagico funziona narrativamente perché obbliga il protagonista a compiere qualcosa di concreto: guardare dentro la propria caduta e darle delle parole.
Nasce così il principio che finirà per attraversare l’intera trilogia: il diario come rimedio al disagio.
Non un rimedio nel senso ingenuo di una cura capace di cancellare il dolore. Scrivere non rimette a posto magicamente ciò che si è rotto. Ma consente di osservare il proprio disagio, organizzarlo, trasformarlo in memoria e forse cominciare a conviverci.
Riletto oggi, dopo Lasciare andare e Quando il cielo collassa, Il desiderio di cadere acquista così un significato ancora più interessante. Ciò che comincia con un uomo ferito che scrive per tentare di rimettere ordine nella propria esistenza diventerà, nell’arco della trilogia, una riflessione sempre più ampia sul rapporto fra scrittura, identità, memoria e sopravvivenza.
Ma sarebbe un errore presentare Il desiderio di cadere come un romanzo cupo.
Una delle sue qualità più sorprendenti rimane proprio il contrario: è tremendamente divertente.
La comicità non scompare nemmeno quando la storia comincia a farsi dolorosa. Cambia funzione. All’inizio diverte, poi protegge, infine diventa quasi una strategia di sopravvivenza. Più il racconto precipita verso il dramma, più si comprende che ridere e soffrire non sono necessariamente esperienze opposte.
Ed è forse questa miscela a spiegare perché, quattro anni dopo la prima uscita, il romanzo continui a essere ristampato, cercato nelle librerie e apprezzato dai lettori.
Perché dietro il canyoning, la paura dell’altezza, la caduta, la riabilitazione e quel bizzarro patto con un guaritore, Il desiderio di cadere racconta qualcosa di molto semplice e riconoscibile: prima o poi tutti incontriamo qualcosa che ci fa perdere l’equilibrio.
E allora scopriamo che il coraggio non consiste necessariamente nel non cadere.
A volte consiste nel lasciarsi aiutare a rialzarsi.
E, magari, nel trovare le parole per raccontarlo.
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A partire dal 6 maggio ha preso il via la prima parte del tour di presentazioni, che entro novembre toccherà venticinque città tra Ticino e Nord Italia, con incontri che uniranno letture sceniche, dialogo con il pubblico e momenti musicali.
Biografia
Massimiliano De Stefanis, in arte Max Deste, è poeta e romanziere, oltre che critico, traduttore, cantautore e docente. Laureato in Lettere, ha collaborato come assistente all’Università di Losanna e come ricercatore al FNS, occupandosi in particolare della forma romanzo tra Otto e Novecento. È ideatore e coordinatore di progetti educativi e culturali legati alla scrittura, al teatro, ai social, alle nuove tecnologie e alla meditazione; per sette anni è stato inoltre direttore di un centro di meditazione, proponendo corsi e percorsi formativi. Le sue opere letterarie e musicali esplorano il rapporto tra memoria, identità e linguaggio e sono state presentate in librerie, scuole ed eventi culturali tra Svizzera e Italia.
Nel 2006 ha pubblicato Chiarori in una notte senza stelle, vincitore del primo premio del concorso poetico promosso dal gruppo editoriale La Repubblica–L’Espresso. Ha inoltre tradotto la biografia di Madame de Staël (2007) e pubblicato i romanzi Show Surprise (2013), Segui il tuo respiro (2017), Il desiderio di cadere (2022) e Lasciare andare (2024), riscritto nel 2026 in inglese e in francese con i titoli What I Could Not Leave Behind e Ce qui reste. È autore della trilogia teatrale per ragazzi Le metamorfosi (2011), delle colonne sonore Rumore e Omaggio al poeta, e di diversi album musicali. Ha inoltre pubblicato il saggio letterario Una lettura di Fontamara (2004) e il saggio storico-pedagogico Introduzione ai giochi pubblici nella Roma antica (2007).
Contatti
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