Paolo Borsellino, servitore dello Stato e testimone di fede

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di Andrea Gaggioli

A oltre trent’anni dalla strage di via D’Amelio, Paolo Borsellino continua a interrogare la coscienza civile del Paese. Dietro l’immagine del magistrato simbolo della lotta alla mafia emerge però la storia di un uomo, del suo instancabile lavoro, della sua libertà e di una fede diventata ancora più profonda di fronte alla consapevolezza della morte. Ne parliamo con Vincenzo Ceruso, studioso del fenomeno mafioso e autore di Paolo Borsellino. La toga, la fede, il coraggio, Edizioni San Paolo, per riscoprire Borsellino oltre il mito e le strumentalizzazioni, attraverso le scelte, le convinzioni e la testimonianza che ne hanno segnato la vita fino all’ultimo.

Vincenzo Ceruso, prima di entrare nel suo ultimo libro vorrei partire da lei. Da molti anni studia e racconta la mafia, ma soprattutto gli uomini e le donne che l’hanno combattuta: nella sua bibliografia troviamo libri dedicati a don Pino Puglisi, agli uomini che si sono opposti a Cosa nostra e ai rapporti tra mafia, società e religiosità. Da dove nasce questa attenzione e perché sente ancora oggi l’esigenza di raccontare queste storie e questi testimoni?

Come molti altri della mia generazione, sento un debito nei confronti di coloro che hanno combattuto la mafia, magistrati, investigatori, giornalisti, in condizioni spesso di isolamento rispetto ad un ambiente che tendeva ad isolarli e a delegittimarli. In particolare, ho avuto la fortuna di avere quale insegnante di religione Padre Pino Puglisi, padre 3P come veniva chiamato a scuola. Il suo insegnamento ha segnato la mia attività con la Comunità di Sant’Egidio, accanto ai minori a rischio, e il suo omicidio ha indirizzato le mie prime ricerche presso il Centro studi Pedro Arrupe di Palermo. Da cattolico conciliare ho guardato con attenzione ai cambiamenti e alla presa di coscienza della Chiesa nei confronti del fenomeno mafioso.

Entriamo allora nel suo libro, Paolo Borsellino. La toga, la fede, il coraggio. Su Borsellino sono state scritte migliaia di pagine e il rischio è talvolta quello di fermarsi all’immagine del magistrato-eroe, quasi dimenticando l’uomo che c’era dietro la toga. Chi era davvero Paolo Borsellino e quale volto di lui ha cercato di restituire attraverso questo libro?

Prima di tutto, ho cercato di restituire l’immagine del magistrato non eroe, per riprendere la sua espressione, ma di un magistrato serio, tenace, dotato di una incredibile capacità di lavoro.  Dopo la strage di Capaci egli cercò di approfondire le cause che avevano portato alla morte del suo fraterno amico Falcone e contemporaneamente portava avanti le indagini sulle province di Trapani e di Agrigento. Un lavoro straordinario, spesso misconosciuto. Inoltre, egli era capace di leggere come pochi altri le dinamiche mafiose e di collegare in un quadro d’insieme quello che altri suoi colleghi tendevano a guardare come singoli episodi criminali. Borsellino non è stato ucciso in quanto simbolo di qualcosa, ma per il lavoro che aveva svolto a partire dall’inizio degli anni Ottanta e per quello che portava avanti durante il brevissimo periodo in cui venne assegnato presso la Procura di Palermo. A cosa s’interessava? Cosa riteneva importante per le sue inchieste? Quali indagini coordinava nella veste di procuratore aggiunto? Sono queste le domande a cui ho cercato di rispondere, attraverso testimonianze e atti giudiziari spesso inediti.

Sono trascorsi più di trent’anni dalla strage di via D’Amelio, eppure Paolo Borsellino continua a essere una presenza fortissima nella coscienza civile del nostro Paese. Chi è Paolo Borsellino oggi e chi sarà domani? Che cosa resterà di lui nella memoria di chi lo ha conosciuto, di chi continua a raccontarlo e soprattutto delle generazioni che non erano ancora nate nel 1992?

Resterà la figura di un servitore dello Stato, capace di incarnare il senso più alto delle istituzioni democratiche. Un uomo libero da qualunque forma di condizionamento politico o correntizio, che vedeva nella indipendenza della magistratura la precondizione per un esercizio effettivo della giurisdizione.

Proprio la forza simbolica assunta dalla figura di Borsellino porta con sé anche il rischio di appropriazioni e strumentalizzazioni. Ancora oggi assistiamo a tentativi di attribuirgli retrospettivamente precise appartenenze o preferenze politiche, arrivando persino a sostenere quale partito voterebbe se fosse ancora vivo. Perché, secondo lei, si sente il bisogno di “arruolare” Borsellino in una parte politica? E quanto è importante, invece, custodirne la memoria come patrimonio comune, al di sopra delle appartenenze e delle contrapposizioni di parte?

I tentativi di strumentalizzazione sono inevitabili con le grandi figure della storia, nel caso di Borsellino questo è stato facilitato dalle cattive indagini e dal depistaggio seguito alla sua morte, che hanno prodotto a lungo una verità giudiziaria parziale sulla strage. Non vi è dubbio che Borsellino fosse un uomo di destra, ma nessuno può pretendere di arruolarlo in un partito. La memoria storica è un processo complesso, che richiede tempo, soprattutto in un paese attraversato da divisioni politiche laceranti, come il nostro. Spero che un giorno si arrivi ad una memoria condivisa, in cui Borsellino trovi il posto che gli spetta come padre della nazione.

Nel titolo del suo libro, accanto alla toga e al coraggio, compare una parola forse meno immediatamente associata a Paolo Borsellino: la fede. Che posto occupava Dio nella sua vita? E quanto la fede cristiana ha inciso sul suo modo di intendere il dovere, la giustizia e persino la possibilità della morte, che negli ultimi mesi della sua vita sapeva essere sempre più vicina?

Il rapporto con Dio occupava un grande spazio nella vita di Borsellino. Credo che questo spazio si sia dilatato in coincidenza con l’accresciuta consapevolezza delle minacce mafiose alla sua vita, a partire dal 1980. Una delle figlie, Lucia, ha saputo legare la fede del padre alla lucidità con cui lavorava. Lo trovo molto bello e vero. Nelle ultime settimane prima dell’attentato, quando aveva la consapevolezza della fine imminente, Borsellino ha trovato nella fede la forza per andare avanti e restare lucido. Pochissimi giorni prima di essere ucciso ha chiamato nel suo ufficio un amico sacerdote e gli ha chiesto di confessarsi per essere pronto alla morte. È stato un martire, cioè un testimone, di una fede vissuta pienamente, fino alla fine, a testa alta.