In sala – Riviera International Film Festival “A Stormy Night” di David Moragas

Marcos, giovane cineasta spagnolo, è costretto a cercare un alloggio a New York, a causa della cancellazione del suo volo per San Francisco, dove è atteso per la presentazione della sua opera prima: un fantomatico documentario/porno. Si ritrova così a passare una notte con Alan, coinquilino di una sua amica, durante un forte uragano che li isola dal mondo esterno. I due personaggi, apparentemente agli antipodi, si ritrovano a scontrarsi su tematiche quali la monogamia, il sesso, la libertà di espressione. E il film è così quasi totalmente riassunto: la trama è spoglia, così come la regia, che cerca, fastidiosamente, di apparire intima ed emotiva, e a tratti sembra solo banale e sottotono: non è pensabile che l’inquadratura fissa e un montaggio fatto male (abbondano i tempi morti in entrata e in uscita di scena) possano diventare cifre stilistiche. Sulla scia di quanto predicato da Xavier Dolan, Moragas scrive, dirige, recita e monta, rendendo così il tutto fin troppo personale, non riuscendo ad essere efficace in nessuna di queste mansioni: la regia da’ l’impressione di essere uscita direttamente da una scuola di cinema, il bianco e nero è totalmente ingiustificato, la scrittura si affida solo ed unicamente ai dialoghi per “avanzare” senza mai mettere sul fuoco un singolo pezzo di carne, la recitazione esageratamente melodrammatica è a tratti amatoriale, soprattutto per quanto riguarda le reazioni d’ascolto, il montaggio si affida alle lungaggini come unico espediente. Forse l’unico pregio della pellicola è la durata, un’ora e un quarto, che rende tollerabile la visione. È assolutamente necessaria, nel valutare un’opera, soprattutto l’opera di un giovane autore, la capacità e la voglia di cogliere il proverbiale bicchiere mezzo pieno: del resto il cinema progredisce dai suoi albori, grazie a sperimentazioni e strappi, abbattendo tabù, e, si sa, spesso le ciambelle non vengono del tutto col buco, soprattutto ai primi tentativi. Purtroppo, al di là della tematica omosessuale, che tutti ci auguriamo possa essere sempre più sdoganata dai mezzi di cultura di massa, l’opera appare quasi fastidiosa, saputella, lo sviluppo di una banale discussione sui propri valori con uno sconosciuto, che ovviamente, altrimenti il film sarebbe ancora meno, la deve pensare in altro modo. Gli unici spunti che la trama offrirebbe vengono sistematicamente accantonati, in favore di un immobilismo che sceneggiatura non è, chiacchiericcio al massimo. Nonostante tutto (nonostante anche lo stereotipato “scontro culturale” tra America e Spagna, raccontato con clichè e luoghi comuni) l’opera merita di essere vista e apprezzata, non fosse altro che per la voglia di portare sugli schermi un qualcosa di personale e non convenzionale (anche se Dolan l’ha preceduto di una decina d’anni), un qualcosa che al cinema industriale di oggi manca come il pane.

Pietro Demartini

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