LA VITTORIA ERA ORMAI IPOTECATA ANCHE SENZA L’APPORTO DELLE PUNTE

Non può bastare, per accampare diritti ad una vittoria nel derby, la bellezza della rete realizzata e una certa superiorità nella manovra. Il Genoa si morde le mani per aver sciupato l’opportunità di avvicinarsi in classifica ai cugini e di porre nuovamente in dubbio la superiorità cittadina a livello di classifica.

Sino al fatidico 77′, non è che i blucerchiati si fossero resi particolarmente pericolosi, ma i cambi in corsa operati da Ranieri avevano provocato da qualche minuto un certo risveglio, al quale è corrisposto un lieve calo genoano, specialmente in Strootman. Nulla di trascendentale, ma una distrazione può sempre capitare, e in un amen se ne sono registrate due, fatali: la prima di Radovanovic, maldestro nel regalare agli avversari un evitabilissimo corner e la seconda proprio di Strootman, lasciatosi anticipare nel duello aereo da Tonelli, improvvisatosi ariete. Due attimi di blackout pagati ben oltre i demeriti, ma – d’altronde – oltre alla chicca del vantaggio, propiziato da un lancio a giri contati di Strootmanverso Zappacosta e da un prodigio dell’ex Chelsea, capace di superare Tonelli con un pallonetto e di infilare sul primo palo, non si può sostenere che il Grifo abbia tradotto in palle gol la maggiore pulizia di trama, spesso preceduta da una feroce caccia al recupero della stessa. Alla fin fine, pur senza aver dovuto compere miracoli, Perin ha lavorato più del collega Audero, a conferma che i rossoblù hanno sparato a salve, senza trovare sbocchi decenti in avanti.

Per passare all’incasso, Ballardini avrebbe dovuto pescare nel mazzo degli attaccanti due – ma anche uno solo sarebbe stato meglio di niente– interpreti accettabili. Invece Destro – a parte uno spunto nel primo tempo vanificato da un discutibile fischio arbitrale – si è reso più utile in fase di prima copertura che nel mestiere primario, quello di sfondatore, e il suo compagno di avventura Shomurodov ha vagato lungamente per il campo senza un solo spunto degno di nota, nonostante non si trovasse di fronte guardie scelte insuperabili.

Così la tattica ballardiniana – pressing sugli avversari, ritorno al possesso palla e subito contrattacco – si è arenata nella palude della pochezza offensiva, rendendo così sterile, quasi fine a se stesso, quel predominio nel palleggio dovuto ad un Badelj padrone del campo, ad uno Zajc lucido e ad uno Strootman autoritario. Ma i tentativi più insistenti sono stati i lanci lunghi ad imbeccare direttamente la prima linea, tanto per ribadire che con il gioco palla a terra verso la porta avversaria questo Genoa arriva raramente.

E’ pure vero che il mister ha manifestato la propria paura di perdere nella mossa prettamente conservativa di escludere l’inesperto Czyborra – non brillantissimo nelle ultime gare – a pro di un altro difensore pure, Goldaniga, incaricato di braccare a tutto campo il suo dirimpettaio Augello, annunciato come il sampdoriano più in forma. Mossa tutto sommato azzeccata, visto che i due si sono elisi a tutti vantaggio dell’economia genoana, ma si è trattato di un duello minore, concluso come tutti gli altri con la vittoria dei difensori sulle punte.

Il Genoa è questo: con Strootman ha guadagnato in robustezza e tecnica, grazie Ballardini è diventata finalmente una squadra. ma in fatto di brillantezza e di fantasia i passi avanti sono stati infinitesimali. I primi risultati, esplosivi dell’era Ballardini hanno illuso i faciloni: certi limiti rimangono, anche nei ricambi che – inseriti nel finale – non hanno inciso.

                         PIERLUIGI GAMBINO

            

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