In sala: Nomadland, trionfatore degli Oscar

Arriva in sala dopo diversi mesi di disponibilità in streaming, Nomadland, opera terza della trentanovenne cinese Chloè Zhao, vincitrice indiscussa degli Oscar 2021, tre statuette portate a casa: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista. 

Il film racconta la storia di Fern, una donna di mezza età che in seguito alla Grande recessione del 2008 e alla perdita del marito, abbandona il proprio stile di vita e viaggia attraverso la sconfinata America in furgone, alla ricerca di occupazioni stagionali. Il film, come l’omonimo libro da cui è tratto, cerca di farsi portavoce del popolo dei seniors (come li chiamano negli Stati Uniti), che dopo una vita di duro lavoro si ritrovano “spremuti” e messi da parte dal sistema che loro stessi hanno alimentato, costretti a reinventarsi un’esistenza errabonda e solitaria. Il taglio registico va in questo senso: evidente il richiamo documentaristico più che cinematografico, supportato anche da una sceneggiatura realmente libera dai vincoli canonici e più “occasionale” che mai. Così la narrazione si incentra sugli incontri di Fern, sulle parole dette intorno ad un falò, sul suo passato mai realmente spiegato ma che malinconicamente la accompagna ovunque vada.  

La regista cerca così di toccare lo spettatore, avvalendosi più dei silenzi che delle parole, con scelte evocative e “sensoriali”, non riuscendo però del tutto nell’intento: permane tra lo spettatore e le immagini una distanza, una freddezza che non riesce a schiudersi; difficile commuoversi per personaggi che ascoltiamo parlare una manciata di volte, che vanno e vengono come gli acciacchi del furgone di Fern (forse l’unico vero motore della narrazione).

La calibrata delicatezza di Zhao rimane così come una parola detta a metà, di circostanza, un discorso retorico e semplicistico, e dà spesso e volentieri la fastidiosa impressione di essere una bella scatola priva di contenuto, un’imitazione di come dovrebbe essere un film personale. Il contenuto vorrebbe forse essere il discorso finale che incornicia l’opera, una chiacchierata tra Fern e il capo spirituale dei nomadi, entrambi alle prese con un lutto irrisolto (la morte dell’American Dream?). Ma non bastano le parole a saziare lo spettatore e a rendere un film memorabile, dopo più di un’ora e mezza di incontri fortuiti, di lavori da Amazon (qualcuno ha detto sponsorizzazione?), di errare malinconico.

Certo il film ha dalla sua il coraggio, la voglia di cambiare, di presentare un cinema più “povero” (appena 4/5 milioni di budget), retto da un’enorme Frances McDormand (terza statuetta in carriera, come lei solo Audrey Hepburn), impegnata da anni nella lotta per maggior parità di genere nel mondo del cinema. Insomma, per quanto non perfetto, il film ha dalla sua una buona dose di audacia, e questo nel cinema è da premiare e apprezzare, soprattutto quando un’opera cerca di svincolarsi dagli stilemi più pop (e poco importa se a molti è sembrata una “mossa calcolata” da parte delle stesse major, vogliamo concedere il beneficio del dubbio).

Il film della più occidentale tra le registe cinesi è tutto sommato un buon contorno al ben più dolce e atteso ritorno in sala, esperienza che, siamo sicuri, mancava a molti.

Pietro Demartini

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