Settembre 18, 2026

Io ero a Ostia. Lui su un barcone. Due ragazzi, un solo anno di differenza.

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di Andrea Gaggioli

Alaa Faraj è nato nel 1995. Io nel 1996.

Un solo anno di differenza. Siamo figli della stessa generazione. Probabilmente abbiamo ascoltato la stessa musica, visto gli stessi eventi raccontati dai telegiornali, vissuto gli stessi anni del nuovo millennio. Eppure le nostre vite sembrano appartenere a due universi diversi.

Quando ho iniziato a leggere Perché ero ragazzo, la sua storia pubblicata da Sellerio, non ho trovato soltanto una storia di guerra, di migrazione o di ingiustizia. Ho trovato soprattutto il racconto di un mio coetaneo.

È questo il dettaglio che più mi ha colpito.

Nel 2015 io sostenevo l’esame di maturità. Pochi giorni dopo ero con gli amici a Ostia per il tradizionale viaggio di maturità. Erano giorni di libertà, di risate, di pallone sulla spiaggia. Pensavo all’università, agli esami che mi aspettavano, al futuro che lentamente stava prendendo forma.

Nello stesso periodo, Alaa attraversava il Mar Mediterraneo su un barcone. Anche lui guardava quel mare, ma non aveva davanti una vacanza. Aveva davanti l’unica possibilità di continuare a vivere.

Io tornavo a casa con qualche fotografia in più e qualche ricordo da scrivere su una cartolina.

Lui arrivava in Italia senza sapere che il peggio dovesse ancora arrivare.

Appena sbarcato, infatti, venne arrestato insieme ad alcuni suoi amici con l’accusa di essere uno scafista. Un’accusa infondata che lo avrebbe condannato a trent’anni di carcere. La sua unica colpa: essere libico.

Ed è forse questo il passaggio più doloroso del libro. Perché alla fuga dalla guerra si aggiunge un’altra tragedia: quella dell’ingiustizia.

Mentre io iniziavo il percorso universitario, preparavo gli esami, scoprivo la vita accademica e, qualche anno dopo, conseguivo la laurea alla presenza di genitori, parenti e amici, Alaa trascorreva gli stessi anni dietro le sbarre di un carcere italiano in Sicilia.

Io studiavo per costruire il mio futuro.

Lui sognava ancora quello che la guerra gli aveva interrotto: iscriversi a Ingegneria e diventare un calciatore in Svizzera e in Germania.

Due ragazzi.

Due sogni.

Due calendari identici.

Ma destini opposti.

È impossibile leggere queste pagine senza chiedersi quanto della nostra vita dipenda davvero dalle nostre capacità e quanto, invece, dal semplice caso di essere nati in un determinato luogo del mondo.

Perché se io e Alaa fossimo nati nelle rispettive famiglie al contrario, forse oggi sarei io a raccontare una traversata del Mediterraneo e lui a ricordare il viaggio di maturità.

Perché ero ragazzo non è un libro che pretende di impartire lezioni morali. Fa qualcosa di più difficile: restituisce un volto e un nome a chi troppo spesso viene ridotto a una statistica o a un titolo di cronaca.

Alaa non racconta soltanto la sofferenza. Racconta la forza di continuare a sperare quando tutto sembra negarla. E racconta soprattutto quanto possa essere devastante un errore giudiziario che priva una persona non soltanto della libertà, ma degli anni più belli della giovinezza.

Chiudo il libro pensando che, tra me e Alaa, c’è appena un anno di differenza. Abbiamo attraversato gli stessi anni della storia contemporanea, ma lui li ha vissuti inseguendo la salvezza, affrontando il mare e poi il carcere; io studiando, laureandomi, costruendo con serenità il mio futuro vedendo quella terribile realtà della guerra solo dalla tv.

Lo stesso tempo.

La stessa età.

Due vite.

E un Mediterraneo che, a seconda della sponda da cui lo si guarda, può essere il mare delle vacanze oppure il confine tra la speranza e la disperazione.

Forse è proprio questo il messaggio più potente del libro: ricordarci che prima delle etichette, prima delle sentenze dell’opinione pubblica e prima delle statistiche, c’è sempre una persona. E, nel caso di Alaa, c’era semplicemente un ragazzo. Un ragazzo nato nel 1995. Praticamente mio coetaneo.

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